I giardini italiani della missione Tenshō e il dono del prefetto Guilandino

Nel castello di Hinoe, Leone (Arima Sumizane), fratello di Protasio (Arima Harunobu,1576?-1612) signore di quel luogo, chiese allora:
«Dal momento che con il vostro arrivo sono finite le fatiche e le difficoltà del viaggio, non vi resta che presentarci la terra nel suo insieme…»
Rispose Michele (Chijiwa Seizaemon 1569-1633):
«per questo ho ordinato di portare il Theatrum orbis».

La citazione è tratta dalla traduzione italiana, curata da Marisa Di Russo, del De Missione Legatorum Iaponensium ad Romanam curiam... un’opera che era stata stampata a Macao nel 1590. Un dialogo stupefacente e dettagliatissimo basato sul diario di viaggio di una legazione di quattro giovani nobili giapponesi cristiani — Itō Sukemasu battezzato col nome Mancio (1569/70-1612),  Chjiwa Seizaemon battezzato con nome Michele (1569-1633) coadiuvati da Hara Nakatsukasa battezzato Martino (1568/69-1629) che entrerà nella Compagnia di Gesù e  Nakaura Jingorō battezzato col nome di Giuliano anch’egli divenuto gesuita e morì martire — che agirono in rappresentanza dei daimyō cristiani dell’isola di Kyūshū (Ōtomo Sōrin Yoshishige (1530-1587) signore di Bungo, Ōmura Sumitada (1533-1587) e Arima Harunobu (1576?-1612). Scopo principale di quella delegazione era fare atto di sottomissione al papa. La missione è conosciuta in Oriente col nome di Tenshō ken’ō shōnen shisetsu 天正遣欧少年使節, ossia missione dei giovani inviati in Europa dell’era Tenshō (1573-1591). Il periodo Tenshō vide la diffusione del Cristianesimo in Giappone, grazie all’opera di evangelizzazione operata principalmente dalla Compagnia di Gesù.

A sinistra: Ritratto di Itō Mancio, Nagasaki Museum of History and Culture (per gentile concessione)
A destra: Domenico Tintoretto attr., Ritratto di Itō Mancio, Fondazione Trivulzio, Milano (per gentile concessione)

I giovani, partiti da Nagasaki il 20 febbraio del 1582 sulla nave Ignacio de Lima, raggiunsero Goa nel dicembre del 1583, imbarcatisi quindi sulla Santiago entrarono a Lisbona l’11 agosto 1584. Attraversarono quindi la penisola iberica e italiana visitando le principali città italiane (eccetto Napoli che non visitarono a causa di disordini in città) ossia, nell’ordine, Firenze, Roma, Venezia e Milano e facendo quindi ritorno ancora in Spagna, Portogallo e Asia giungendo finalmente a Nagasaki 21 luglio 1590 dopo otto anni e mezzo. Un lungo viaggio che unì due mondi.

Il passaggio degli “ambasciatori” nelle città italiane fu salutato da popolo, principi e regnanti con grandissima festosità e curiosità comprovata da qualche raffigurazione, anche pregevole e moltissimi resoconti manoscritti e a stampa pubblicati, anche in più edizioni, al loro passare.

Di questi opuscoli a stampa ne sono state contate circa settanta di edizioni dal 1585 al 1593, ma la stima è per difetto. Basti qui ricordare, a titolo di esempio, la Lettera annale portata di novo dal Giapone da i signori ambasciatori… e stampata in Venezia presso i Gioliti e a Roma presso Zannetti; la Relatione del viaggio et arrivo in Europa, et Roma de’ principi giapponesi… dedicata nelle edizioni veneziane del Meietti al celebre medico e docente nello Studio di Padova, Girolamo Mercuriale o ancora le Relationi della venuta degli ambasciatori Giaponesi a Roma sino alla partita di Lisbona con le accoglienze fatte da loro e tutti i principi cristiani per dove sono passati, scritta da Guido Gualtieri e stampata nel 1586, probabilmente l’opera più completa l’opera tra queste.

Il Censimento nazionale delle edizioni italiane del XVI secolo (EDIT16) è un progetto che documenta la produzione a stampa italiana del Cinquecento. Raccoglie informazioni su edizioni stampate tra il 1501 e il 1600, in Italia in qualsiasi lingua e all’estero in lingua italiana. È uno strumento essenziale per conoscere la diffusione delle numerosissime cinquecentine (edizioni a stampa del XVI secolo) dedicate alla missione Tenshō.

Il promotore e ideatore del progetto, in ogni dettaglio, nonché con ogni probabilità il principale autore del De Missione, fu padre Alessandro Valignano (1539-1606), il quale avrebbe dovuto accompagnare i giovanetti in quel loro lungo peregrinare; tuttavia, poco dopo la partenza, la prestigiosa nomina a provinciale dell’India, conferitagli dal Generale della Compagnia di Gesù, Claudio Acquaviva (1543-1615), gli precluse ogni possibilità di proseguire il viaggio.

Valignano si era laureato in utroque iure (ossia diritto civile e canonico) nello Studio di Padova nel 1557 dove insegnavano i famosi giuristi Marco Antonio Mantova Benavides, Tiberio Deciani e Guido Panciaroli. Nel Palazzo del Bo, sede delle scuole si avvicendavano in quel torno d’anni i lavori di costruzione del cortile rinascimentale a doppio loggiato e all’Orto botanico, lavori che erano iniziati per le due fabbriche nel 1545.

Tornato a Padova nel 1561 per approfondire gli studi, Valignano venne accusato, in circostanze non del tutto chiarite, di aver sfregiato in volto con una lama una donna, Franceschina Trona, la notte del 28 novembre 1562, provocandole  quattordici punti di sutura. Venne scarcerato, dopo un anno e tre mesi di reclusione, grazie all’interessamento dei cardinali Carlo Borromeo e Sittich Von Albert e un risarcimento alla donna.

Dal momento che non avrebbe potuto accompagnare i giovani giapponesi nel loro tour Valignano scrisse un documento per i padri che lo avrebbero sostituito: Nuno Rodriguez e Diogo de Mesquita. Quest’opera, intolata Regimento e Instruição, nota come Istruzioni, descrive accuratamente sia le finalità che le modalità di svolgimento del viaggio.

Ora, scopo principale della missione, oltre a reperire fondi, era quello di far conoscere ai giapponesi la legge del cristianesimo assieme alla ricchezza e grandezza dei regni e delle città europee, per far questo, precisava Valignano,

«a Lisbona poi a Roma e nelle altre città nelle quali passeranno, si faccia loro vedere tutte le cose nobili e grandi: chiese, palazzi, giardini…»

Questo schema, in successione, ritorna nel De missione, il testo basato appunto sul diario degli “ambasciatori” scritto in castigliano da Valignano e tradotto in latino da Duarte de Sande. Un testo quindi dove le esperienze dei giapponesi sarebbero servite a vincere le resistenze giapponesi verso gli occidentali che vedevano gli europei come dei rozzi e avidi barbari che insozzavano coi loro stivali le stuoie, sputavano all’interno dei loro templi, mangiano con le mani e i missionari che venivano visti come dei poveracci in cerca di fortuna. Bisogna ricordare infine che il testo venne stampato per essere letto, come manuale di latino nei seminari in Giappone. Uno sguardo delle cose di un “occidente mirabile” o perlomeno uno sguardo mirabilmente orientato, dal momento che in quel loro itinerario era stato ordinato nelle Istruzioni che non si facesse «né vedere né sentire cose che possano dar loro un’idea contraria».

L’ARSI (Archivum Romanum Societatis Iesu) mette a disposizione degli studiosi materiale essenziale per ricostruire la storia della Compagnia di Gesù.
In particolare, la serie Monumenta (MHSI) raccoglie e pubblica in digitale edizioni critiche di documenti originali (tra i quali testi di Alessandro Valignano). La sezione Monumenta Historica Japoniae e la sezione Documenta Indica, contiene invece importanti documenti per la ricostruzione della missione Tenshō.

Nel tour erano stati inclusi dunque, oltre alle chiese e ai palazzi signorili, anche i giardini italiani allo scopo di impressionare i giovani giapponesi naturalmente attratti dalle bellezze naturali e dai paesaggi di cui ci restano purtroppo pochissime tracce nella revisione di Valignano. Ma concentriamoci sui giardini.

A Palazzo Vecchio, a Firenze, lungo le pareti di una di quelle logge i nostri legati notano che vi sono distribuiti molti alberi, forse agrumi, posti dentro a vasi di creta e capaci di mettere radici e dar frutti, e ancora giardini pensili che, pur essendo molto alti, vengono irrigati dall’acqua fatta scorrere con grande artificio. Da quel palazzo parte una loggia, è il corridoio vasariano, che conduce al Giardino di Boboli e ci vorrebbe – continua sempre Michele (Chinjiwa Seizaemon) nel dialogo del De Missione – un lungo discorso per descrivere una ad una ad le delizie di quel ricco giardino; discorso però che non rinuncia a fare nel descrivere le amenità e le delizie dei giardini della Villa di Pratolino dove la delegazione è totalmente meravigliata, per non dire incantata e stupefatta da quei giochi d’acqua provenienti da fonti ctonie che fluiscono per ogni dove che scacciando il calore estivo provocano allegria e diletto.

Giusto Utens, Villa medicea di Pratolino. Lunetta conservata nella Villa Medicea la Petraia, Firenze. CC-BY 4.0

Entrando in una certa esedra rivestita di mattonelle – ci racconta Michele – non appena posi il piede sul pavimento si è assaliti dappertutto da flutti impetuosi e getti d’acqua. Se cerchi rifugio e protezione in qualche angolo, sarai intercettato da insidiose bocche che schizzano acqua, e se cerchi rifugio in un luogo che ti pare ancora più sicuro ti piomberà addosso una pioggia scrosciante. Non c’è posto dove sfuggire; tale è l’industria di quel luogo ovunque acqueo da costringerti al capitombolo o farti turbinare felicemente su te stesso.

Non solo getti d’acqua ma persino automi, sculture di ferro o marmo, artifici animati da dissimulate ruote, funi, fili di rame quasi fossero orologi meccanici.  In una fontana potevi vedere comparire improvvisamente alla porta Tritone che, soffiando a piene gote nella buccina, emette un non lieve suono udito il quale si spalancano altre aperture, vi entrava allora Galatea, dea del mare, sopra un mostro marino e altre ninfe marine che l’accompagnano in tondo…

A Bagnaia, nella villa fatta costruire dal cardinal Gambara, oggi villa Lante, col sistema idraulico ideato e realizzato da Tommaso Ghinucci e le costruzioni da Jacopo Barozzi da Vignola non ancora terminate, videro non meno giocondità e motivi di divertimento che a Pratolino aggiungendo ai giardini, alle fontane e alle altre letizie di quel luogo, l’ascolto un ingegnoso strumento musicale, probabilmente una sorta di organo ad aria, in grado da far uscire da otto ricettacoli artistiche triremi pronte a dar battaglia. E se anche quel giardino era animato dall’elemento acqueo, questo strumento musicale era mosso dall’aria che lo attraversava.

Il giorno dopo videro la villa e i giardini di Caprarola del cardinale Farnese, anch’essi progettati da Jacopo Barozzi assieme qui a Giacomo del Duca, dove non mancano di nominare verdissimi cespugli, arte topiaria credo, e fonti d’acqua alimentate da acquedotti ingegnosi. Vi si sarebbero trattenuti a lungo, ma papa Gregorio XIII sollecitava il loro arrivo a Roma.

Prima di fare il loro trionfale ingresso nella Città Eterna, si fermarono nella celebre Vigna di papa Giulio III progettata dall’Ammanati, dal Vignola e supervisionata dal Vasari, luogo solitamente riservato ai grandi ambasciatori e sovrani.
Del soggiorno a Roma, vennero ricevuti da papa Gregorio XIII che li accolse con ogni segno di stima e gratitudine (e che morì poco dopo) e aver assistito all’elezione di Sisto V, gli ambasciatori descrivono i palazzi e i giardini vaticani, che allora conteneva anche un Orto dei semplici. Tutto in quel luogo è modello di perfezione e non mancano di ricordare le amenità dei giardini, i frutteti, la giocondità di fontane, i canali e i laghetti, il piacere dei «vivai».

Georg Braun, Civitates orbis terrarum, Caprarola arx et horti farnesiani, Colonia 1582? (vol. V). Biblioteca Civica Angelo Mai, Bergamo.

Ormai si erano persuasi, scrivevano, che il paese degli Europei fosse «il più ricco e felice di tutti».

Partiti da Roma visitarono Villa d’Este a Tivoli.  Conoscevano già il cardinale Luigi perché aveva amorevolmente mandato a Roma il suo medico personale per curare lo sfortunato Giuliano, ammalatosi di malaria lungo il viaggio. Di quei giardini, capolavoro di Pirro Ligorio, non mancano di ricordare i canti degli uccelli prodotti dal fluire artificiale dell’acqua nelle fontane dell’usignolo alternato a quello della civetta.

Il viaggio continuò toccando numerose altre città a Spoleto, Foligno, Perugia, Assisi, Macerata (dove i giapponesi visitano il giardino del collegio) Loreto, Pesaro, Bologna e Ferrara dove risiedettero per tre giorni visitando anche la Montagnola e altre delizie estensi dove non mancavano né ombrosissimi boschi né selvaggina di molte specie, né la possibilità di cacciare.

Finalmente da Ferrara per via fluviale giunsero a Chioggia e quindi a Venezia, città che i giovani erano sommamente curiosi di vedere e dove soggiornarono per ben dieci giorni. Sempre limitandoci ai soli giardini toccati da questo particolare grand tour, ricordano i giapponesi o forse citano qualche fonte veneziana che quella città pur avendo fondamenta in fondo al mare, ha un’estensione tale da comprendere centosette amenissimi giardini, costruiti e piantati tra i più nobili tra i patrizi veneti.  A Murano, visitarono il giardino di Ca’ Morosini pieno di diverse artificiose fontane.

Ritratto di Melchiorre Guilandino, CC-BY 4.0

Il 6 luglio 1585 lasciarono finalmente Venezia risalendo la riviera del Brenta «trasportati da imbarcazioni trainate da cavalli che avanzavano sulla riva». Lungo quel viaggio in barca notano i bellissimi edifici coi giaridni che sorgevano sulle due sponde e infine giungono a Padova.

Il doge di Venezia Nicolò da Ponte aveva informato con ducale del 4 luglio 1585, il podestà della città Andrea Bernardo e il capitano Lorenzo Donà di incontrare e sostenere le spese degli «ambasciatori indiani» nella città.

Sbarcati dal burchiello e ricevuti dai notabili della Città raggiunsero, seguiti da alcune carrozze, il collegio della Compagnia. Il giorno dopo visitarono il Convento di Sant’Antonio, il Palazzo della Ragione, e la «famosa università, alma mater, di ogni disciplina, alla quale accorrono molti studenti in cerca di sapienza non solo dall’Italia, ma anche da tanti altri paesi, cosa che rende famosa la città stessa». Viene quindi descritto brevemente il sito e il collegio della Compagnia a cui segue la visita al Giardino dei semplici, l’unico nominato e descritto espressamente in tutto il loro viaggio.

A Padova «vedemmo un celebre orto dove si coltiva ogni tipo d’erba che serve come medicinale; è di grande interesse per la Repubblica veneta e di utilità per tutti. Responsabile dell’Orto era Melchiorre Guilandino, uomo onorato e notevolmente esperto nelle arti, che a buon diritto possiamo includere tra quelli che hanno avuto dei meriti verso di noi poiché, oltre a molti altri segni d’affetto, ci fece dono di quattro bei volumi: il primo è il Theatrum Orbis, composto da Abramo Ortelio, mentre gli altri tre contengono i disegni e le stampe delle più famose città della terra fatte da bravissimi artefici».

Era questo, ricordiamolo, quel volume che Michele si fa portare per descrivere il loro viaggio nella finzione letteraria del castello di Arima, una sorta di guida in grado di compendiare il loro lungo viaggio.

Georg Braun, Civitates orbis terrarum, Patavium, Colonia 1617 (vol. VI)

Guilandino oltre ad essere prefetto dell’Orto dei semplici dello Studio di Padova dal 1561, uomo eruditissimo e grande bibliofilo, era stato, come molti dei naturalisti di quell’epoca, un grande viaggiatore. Partito al seguito del bailo di Costantinopoli Marino Cavalli nel 1559 col desiderio di raggiungere le Indie Orientali non poté proseguire per quella via impedito dalle guerre tra il sultano e la Persia. Volle raggiungere allora Lisbona col desiderio di circumnavigare l’Africa e da lì l’Oriente, ma rapito dai pirati dovette, una volta riscattato, tornarsene a Padova, dopo aver perso tutto. I volumi donati erano perciò un dono pertinente tra viaggiatori che dovettero ripercorrere su quelle carte i loro viaggi anche in quel soggiorno patavino.

Il Theatrum orbis terrarum di Abramo Ortelio (Anversa, 1527‑1598), pubblicato per la prima volta nel 1570, è considerato il primo atlante moderno della cartografia europea, raccogliendo in un unico volume carte corredate di testi esplicativi e bibliografie dove più volte compare l’isola del Japan. Tra i principali collaboratori figurava l’incisore Franz Hogenberg, celebre anche per la collaborazione con Georg Braun nell’opera Civitates orbis terrarum, dedicata alla raffigurazione delle principali città del mondo conosciuto. Con ogni probabilità l’opera costituisce l’altra parte del dono di Guilandino, ossia i tre tomi che contengono «le più famose città della terra».

Abramo Ortelio, Typus orbis terrarum, Anversa 1570

L’influenza del dono di Guilandino sulla conoscenza cartografica dei giapponesi fu davvero notevole. L’isola del Japan compare ben quattro volte e sappiamo che fino alla fine della loro esistenza, continuarono a raccontare l’itinerario di quel viaggio e le cose vedute. Perciò mentre in Europa si diffondevano le copie delle città contenute nel Civitates orbis terrarum, in Giappone parimenti quelle si diffondevano grazie all’abilità e perizia degli artisti giapponesi. Contribuirono insomma allo sviluppo nel XVI e XVII secolo dell’arte nanban, una produzione ibrida di tecniche giapponesi e soggetti occidentali, e dove, ancora una volta i padri della Compagnia ebbero un ruolo importante. Tra quelle immagini di città donate da Guilandino alcune sarebbero state abilmente ingrandite e riprodotte su imponenti paraventi permettendo il perdurare della memoria in Giappone dell’Occidente.